Negli ultimi mesi si sta osservando un fenomeno interessante nel mondo del lavoro: il ritorno progressivo alla presenza in ufficio dopo gli anni in cui il lavoro da remoto sembrava destinato a diventare una componente stabile e strutturale dell’organizzazione lavorativa.
Dopo la pandemia, infatti, molte aziende avevano adottato modalità di smart working o full remote, spesso come soluzione emergenziale.
Oggi, però, sembra emergere una nuova fase: alcune organizzazioni stanno riducendo o rivedendo queste modalità, riportando almeno parte del lavoro negli spazi aziendali.
Un caso emblematico è quello del gruppo automobilistico Stellantis che ha annunciato un ritorno progressivo alla presenza fino alla fine dello smart working per molti dipendenti entro il 2027. La decisione riguarda circa 10.000 lavoratori in Italia che negli ultimi anni avevano potuto lavorare da remoto per alcuni giorni alla settimana.
Anche i dipendenti di Palazzo Chigi si sono visti accordare recentemente soltanto un unico giorno a settimana da casa (fonte: Panorama); persino un colosso tech come Ubisoft, per la sede di Assago, ha comunicato il ritorno a “cinque su cinque” per programmatori, designer e tecnici, quindi anche per quelle professionalità che idealmente potrebbero lavorare da qualsiasi luogo del mondo.
Questo tipo di scelta non è affatto isolato e riflette un dibattito più ampio che coinvolge organizzazioni, lavoratori e studiosi delle dinamiche del lavoro. Cosa sta succedendo davvero? E soprattutto: siamo sicuri che tornare in presenza sia davvero così utile?
Il quadro italiano: complesso e peculiare
In Italia, il lavoro agile ha avuto una diffusione significativa negli anni immediatamente successivi alla pandemia ma non in modo uniforme tra i diversi tipi di organizzazione: i dati mostrano che lo smart working è cresciuto soprattutto nella pubblica amministrazione e nelle grandi imprese, mentre ha registrato un calo nelle piccole e medie imprese.
Questo aspetto è particolarmente rilevante se si considera la struttura produttiva del Paese: il tessuto economico italiano è infatti composto prevalentemente da PMI e microimprese. Di conseguenza, anche se alcune grandi organizzazioni continuano a utilizzare il lavoro agile, nel complesso si osserva una tendenza di riduzione o di ritorno alla presenza.
Le ragioni sono molteplici: da un lato fattori organizzativi e culturali, dall’altro la difficoltà di applicare il lavoro da remoto in contesti produttivi più piccoli o meno strutturati.
Dobbiamo sottolineare, infatti, che lo smart working non è semplicemente una questione tecnologica o logistica: si tratta anche (e soprattutto?!) di una questione culturale.
Laddove applicabile, il lavoro a distanza può rappresentare uno strumento motivazionale importante: permette infatti di responsabilizzare le persone, di riconoscere la loro autonomia e di instaurare un rapporto basato sulla fiducia. Quando un lavoratore ha la possibilità di scegliere, ad esempio, di lavorare da casa in una determinata giornata, può percepire che l’organizzazione di cui fa parte si fida del suo senso di responsabilità e della sua capacità di gestire il proprio lavoro.
In termini organizzativi, questo aspetto si collega al tema della delega, poiché un sistema che funziona in modalità flessibile presuppone che il management sia disposto a valutare le persone più sui risultati che sulla presenza fisica.
Tuttavia, affinché questo modello funzioni, è necessario che vi siano alcune condizioni minime:
- chiarezza nelle regole,
- obiettivi condivisi,
- fiducia reciproca tra lavoratori e responsabili.
Socialità sul lavoro: valore non trascurabile
D’altra parte, sarebbe riduttivo pensare che il lavoro da remoto sia sempre la soluzione migliore; va tenuto sempre a mente che le organizzazioni sono vere e proprie comunità sociali e la dimensione relazionale del lavoro ha perciò un ruolo fondamentale.
La presenza fisica favorisce lo scambio informale tra colleghi, il confronto diretto con i responsabili, la costruzione di relazioni professionali e di appartenenza. In molti casi, proprio questi momenti informali contribuiscono alla creatività e alla soluzione di problemi, magari durante una riunione spontanea, una conversazione alla macchinetta del caffè o con uno scambio rapido di idee.
Da questo punto di vista, è naturale che il ritorno in ufficio possa rafforzare la cultura aziendale e migliorare la collaborazione tra i team. Non è quindi sorprendente che alcune organizzazioni stiano rivalutando la centralità dello spazio di lavoro fisico.
Un tema di produttività ma anche di benessere e welfare aziendale
Allo stesso tempo, negli ultimi anni il lavoro da remoto ha mostrato anche alcune potenzialità importanti dal punto di vista del benessere. Potremmo affermare che, per molti lavoratori, poter lavorare da casa rappresenta una forma di welfare aziendale, in senso ampio.
Ridurre o eliminare i tempi di spostamento quotidiano può avere effetti positivi sulla qualità della vita, sull’equilibrio tra lavoro e vita privata e sulla gestione degli impegni personali e familiari.
Non a caso, gli osservatori di settore mettono in guardia che un totale Back to work potrebbe scatenare una nuova ondata di dimissioni, soprattutto della fascia più giovane (che, in alcuni contesti, è anche quella più formata) e in quella costituita dai lavoratori con maggiori titoli e skills: un rischio di cui tener conto, dopo la fase di great resignation di cui ci siamo occupati solo qualche mese fa.
C’è poi un aspetto spesso sottolineato anche nella letteratura sul lavoro: lavorare da casa può, in alcuni casi, aumentare la concentrazione e la produttività, perché si riducono alcune distrazioni tipiche dell’ambiente d’ufficio.
Naturalmente esiste anche il rovescio della medaglia: banalmente, non tutte le abitazioni permettono di lavorare in modo adeguato, per esempio perché non tutti dispongono di una stanza dedicata o di una postazione ergonomica e pensata per lo scopo. Ecco che in queste situazioni il lavoro da remoto può diventare più faticoso e meno efficiente.
Per questo motivo è difficile generalizzare: lo smart working può funzionare molto bene per alcune persone e molto meno per altre. Ed è proprio per questo motivo che il tema è diventato tanto dibattuto, soprattutto quando si tocca l’argomento produttività: come già accennato, alcune ricerche suggeriscono che il lavoro da remoto possa favorire una maggiore produttività individuale, in parte perché si riducono le interruzioni, in parte perché il lavoratore gestisce in modo più autonomo i propri tempi.
Tuttavia, non bisogna mai dimenticare che la produttività non dipende solo dalla performance individuale: in molte attività il lavoro è fortemente collaborativo e richiede interazioni frequenti tra i membri del team. In questi casi, una presenza (almeno periodica) in ufficio può facilitare il coordinamento e la condivisione delle informazioni.
Ancora una volta, la questione non sembra essere “ufficio sì o ufficio no”, ma piuttosto come trovare un equilibrio tra le due dimensioni.
Regole, modelli organizzativi e nuove sperimentazioni
Un punto su cui vorremmo concentrare l’attenzione è che il lavoro a distanza non può basarsi esclusivamente sulla responsabilità individuale e che quindi deve essere regolamentato.
Molte aziende stanno sperimentando formule diverse: ad esempio un numero massimo di giorni al mese di lavoro da remoto oppure un monte ore annuale di smart working. In altri casi si adottano modelli ibridi, in cui alcuni giorni della settimana sono dedicati alla presenza e altri al lavoro a distanza.
Questi modelli cercano di evitare le estremizzazioni, considerando che l’esperienza degli ultimi 6 anni suggerisce infatti che sia il full remote totale sia il ritorno completo all’ufficio possono presentare limiti e criticità. Perciò, il modello ibrido sembra essere, per molti contesti, una possibile sintesi.
Parallelamente al dibattito sullo smart working, notiamo anche un’altra sperimentazione organizzativa che sta attirando l’attenzione: la settimana lavorativa corta.
Alcune aziende stanno testando modelli di lavoro su quattro giorni a parità di stipendio, come nel caso di alcune grandi imprese italiane che stanno avviando test organizzativi: da gennaio, si lavora in questo modo presso lo stabilimento Persol in provincia di Torino, del gruppo EssilorLuxottica.
In attesa di conoscerne gli sviluppi e le ricadute, l’idea del management è quella di migliorare il benessere dei lavoratori senza ridurre la produttività complessiva.
Anche in questo caso, però, la questione non è semplice. La settimana corta può funzionare bene in alcune attività e meno in altre, soprattutto dove i carichi di lavoro sono difficili da comprimere.
Segnaliamo infine un aspetto spesso sottovalutato ma che varrebbe un’attenzione in più: l’impatto ambientale delle modalità di lavoro.
Il lavoro da remoto può infatti contribuire a ridurre il traffico urbano, il consumo di carburante e le emissioni legate agli spostamenti quotidiani. In città congestionate, questo può avere effetti significativi sulla qualità dell’aria e sulla sostenibilità ambientale.
Anche da questo punto di vista, il dibattito sul lavoro agile non riguarda solo l’organizzazione del lavoro ma anche il modo in cui le città e i sistemi di mobilità si strutturano.
Per non parlare dei forti aumenti del prezzo del carburante ai quali stiamo assistendo proprio in questi giorni: ridurre gli spostamenti va ad incidere in maniera diretta anche sulle spese personali, con un vantaggio complessivo sulle proprie entrate.
Alla luce di questi elementi, è difficile trarre conclusioni definitive. Il lavoro da remoto ha mostrato potenzialità significative: maggiore autonomia, miglior equilibrio tra vita privata e professionale, riduzione degli spostamenti.
Allo stesso tempo, il lavoro in presenza mantiene un valore importante per la socialità organizzativa, la collaborazione e la costruzione dell’identità aziendale.
Probabilmente la vera sfida non è scegliere tra queste due modalità ma comprendere come combinarle in modo efficace.
In molti contesti in cui è possibile, prevedere almeno qualche forma di smart working potrebbe rappresentare una soluzione equilibrata. Tuttavia, perché questo accada, servono condizioni precise: cultura organizzativa orientata alla fiducia, regole chiare, strumenti adeguati e una gestione attenta delle relazioni di lavoro.
Il mondo del lavoro, del resto, è sempre stato in evoluzione; lo smart working e il ritorno in ufficio rappresentano semplicemente l’ultima manifestazione di una trasformazione più ampia: quella di un lavoro che continua a ridefinire i propri spazi, i propri tempi e le proprie forme di organizzazione.






