Negli ultimi mesi, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali sta producendo una trasformazione rapida e profonda del lavoro. Le organizzazioni stanno sperimentando strumenti capaci di automatizzare attività operative, accelerare flussi decisionali, sintetizzare informazioni, produrre contenuti, analizzare dati e supportare interi processi produttivi, a ritmi mai sperimentati fino ad ora.
La discussione pubblica si è concentrata soprattutto sull’aumento di produttività, sulla riduzione dei costi e sull’efficienza, mentre molto meno spazio è stato dedicato a una conseguenza che, dal punto di vista psicologico, organizzativo e sociale, rischia di diventare una delle questioni più critiche dei prossimi anni: cosa accade ai giovani lavoratori quando le mansioni “di ingresso” vengono assorbite dall’AI?
È un tema che riguarda non solo i responsabili HR ma anche manager, imprenditori e leadership aziendali chiamate a costruire sostenibilità organizzativa nel medio e lungo periodo.
Per decenni, l’apprendimento professionale è stato strutturato secondo una logica progressiva: si iniziava dalle attività più semplici, ripetitive o operative; questo non perché fossero di scarso valore ma perché rappresentavano una “palestra” cognitiva e relazionale fondamentale.
Attraverso quei compiti, infatti, i neoassunti imparavano il funzionamento dell’azienda, acquisivano familiarità con procedure, linguaggi, tempi, dinamiche di team, priorità e responsabilità.
Le attività considerate “basic” costituivano in realtà il primo livello di costruzione dell’esperienza professionale: era proprio lì che si formavano capacità di osservazione, ragionamento contestuale, gestione dell’errore e comprensione dei processi.
Oggi questo passaggio sta progressivamente scomparendo, poiché molte delle attività che tradizionalmente venivano affidate agli entry level sono ormai delegate agli strumenti di AI: report preliminari, sintesi documentali, ricerche, analisi iniziali, organizzazione di dati, produzione di testi standardizzati, supporto amministrativo e persino alcune attività creative vengono svolte in pochi minuti da sistemi automatizzati.
Dal punto di vista aziendale, la scelta appare razionale: si è portati a pensare che in fondo se una tecnologia permette di ottenere rapidamente un risultato soddisfacente, è naturale utilizzarla. Ed è anche più economico, rispetto al tempo che ci vorrebbe per istruire passo passo una persona.
Tuttavia, il problema emerge quando si osserva il fenomeno in una prospettiva evolutiva del capitale umano: basterebbe chiedersi semplicemente come e quando si può formare l’esperienza, se le attività iniziali vengono eliminate.
Il paradosso del giovane “già pronto”
In molte aziende si sta delineando una situazione paradossale: i giovani vengono inseriti in contesti operativi nei quali le attività elementari non esistono più oppure sono drasticamente ridotte. Questo porta spesso a un’incertezza organizzativa concreta: “cosa facciamo fare ai junior?”.
La risposta, non di rado, è l’assegnazione di compiti troppo complessi rispetto al loro livello di maturazione professionale. L’AI consente infatti ai giovani di produrre output apparentemente sofisticati anche senza possedere una reale comprensione dei processi sottostanti. Una presentazione ben costruita, un’analisi sintetica o una bozza strategica possono essere generate rapidamente grazie agli strumenti digitali ma la qualità apparente del risultato rischia di mascherare un vuoto esperienziale.
Dal punto di vista psicologico e organizzativo, questa dinamica è delicata, anzi è insidiosa: il giovane lavoratore può sembrare autonomo, performante e produttivo, mentre in realtà non ha ancora sviluppato le competenze profonde necessarie per affrontare variabili, eccezioni, crisi o cambiamenti di scenario.
Non si può dimenticare che l’esperienza professionale non coincide con la semplice esecuzione di un compito, bensì è il risultato di esposizione progressiva alla complessità, di errori corretti, di osservazione, di confronto con colleghi più esperti e di interiorizzazione dei processi decisionali. Quando questo percorso viene saltato, si genera una professionalità fragile, svuotata di significato strategico utile nel futuro per la tenuta stessa dell’azienda.
Uno degli aspetti più critici dell’utilizzo dell’AI nei contesti lavorativi riguarda proprio la possibilità di creare una falsa percezione di competenza.
Il problema non è l’uso dell’intelligenza artificiale in sé, lo abbiamo sempre affermato; al contrario, è evidente che queste tecnologie rappresentino una risorsa straordinaria e inevitabile ma la questione da attenzionare riguarda il modo in cui vengono integrate nei processi di apprendimento professionale.
Un giovane che utilizza quotidianamente sistemi di AI può ottenere risultati avanzati senza aver realmente costruito le basi cognitive necessarie per interpretarli criticamente e questo produce un effetto pericoloso: si confonde la capacità di generare output con la capacità di comprendere.
Finché tutto funziona correttamente, il sistema può reggere. Nel momento in cui emergono anomalie, imprevisti, contraddizioni o decisioni complesse, allora ci si rende conto che diventano indispensabili proprio quelle competenze che si sviluppano attraverso l’esperienza diretta.
Le organizzazioni rischiano quindi di formare professionisti capaci di “utilizzare strumenti” ma non necessariamente di governare processi.
In termini sociologici, stiamo assistendo a una trasformazione del concetto stesso di apprendistato. Storicamente, il lavoro si trasmetteva anche attraverso osservazione, gradualità e imitazione. Oggi il rischio è che l’accesso immediato a strumenti ad alta performance riduca drasticamente i tempi di sedimentazione delle competenze. Siamo consapevoli che le competenze accelerate non sempre diventano competenze consolidate?
Meno entry level oggi, meno middle domani
Un altro fenomeno che merita grande attenzione riguarda la riduzione delle assunzioni entry level.
Diverse aziende, soprattutto nei contesti internazionali più avanzati sul piano tecnologico, stanno ridimensionando l’inserimento di profili junior nella convinzione che parte del lavoro operativo possa essere assorbita dall’AI. Alcune attività che prima richiedevano interi team di supporto vengono oggi svolte da pochi professionisti supportati da strumenti automatizzati.
Nel breve periodo, questa scelta può sembrare economicamente efficiente; nel medio-lungo termine, però, rischia di produrre una conseguenza molto seria: la progressiva scomparsa delle figure intermedie.
Non bisogna dimenticare che le professionalità middle non nascono spontaneamente ma sono il risultato di anni di esperienza accumulata, esposizione ai processi aziendali, crescita progressiva e sviluppo di autonomia decisionale.
Se oggi si riduce drasticamente l’accesso dei giovani al lavoro, fra alcuni anni le aziende potrebbero trovarsi prive di quella fascia professionale che rappresenta la vera struttura portante delle organizzazioni: persone con sufficiente esperienza per coordinare, valutare, supervisionare e prendere decisioni operative complesse.
Il rischio è di creare organizzazioni polarizzate: pochi senior altamente esperti da un lato e molti junior tecnologicamente assistiti dall’altro ma senza una reale maturazione professionale intermedia.
E qui emerge una domanda cruciale: dove verranno reperiti i middle manager del futuro? Il mercato potrebbe non essere in grado di generarli con la velocità necessaria.
Un problema ancora sottovalutato
Una ricerca di SAP realizzata in collaborazione con Wakefield Research (riportata da Il Sole 24 ore) ha evidenziato come molte aziende stiano vivendo tensioni legate all’integrazione dell’AI nei processi lavorativi e alla ridefinizione delle competenze professionali richieste.
Il dato più interessante, tuttavia, non riguarda soltanto l’adozione tecnologica ma il fatto che molte organizzazioni sembrano affrontare l’AI con una prospettiva prevalentemente operativa e immediata, senza una reale riflessione sul ciclo di sviluppo delle competenze interne.
Ed è qui che emerge il nodo culturale: molte imprese stanno ragionando sull’efficienza presente ma non sulla sostenibilità professionale futura. L’AI viene introdotta per accelerare attività quotidiane, ridurre tempi e aumentare produttività ma raramente viene integrata in una visione organica della crescita delle persone.
Dal punto di vista delle scienze del lavoro, questo rappresenta un elemento critico poiché le aziende non sono semplicemente luoghi di produzione ma sono anche ambienti di formazione implicita: ogni organizzazione costruisce competenze, identità professionali e cultura operativa. Se questo processo si interrompe, il danno non sarà immediato ma progressivo ed è probabilmente proprio questo uno degli aspetti più pericolosi: il problema esiste già ma non è ancora percepito con sufficiente chiarezza.
Il rischio di un “vuoto di maturità” e le responsabilità delle aziende
Uno degli effetti più profondi di questa trasformazione riguarda la capacità di sviluppare pensiero critico.
L’uso corretto dell’AI richiede infatti qualcosa che spesso viene dato per scontato: la capacità di formulare domande corrette, interpretare contesti, riconoscere incoerenze, validare informazioni e prendere decisioni. In parole semplici, servono competenze cognitive avanzate.
Tuttavia, è chiaro che queste competenze non nascono automaticamente dall’utilizzo degli strumenti tecnologici ma si costruiscono attraverso esperienza, confronto, pratica e responsabilità progressiva.
Il rischio attuale è che molti giovani professionisti imparino molto presto a “maneggiare” l’AI senza però maturare la capacità di guidarla criticamente.
Si tratta di una differenza sostanziale: l’intelligenza artificiale può amplificare enormemente il potenziale di chi possiede solide basi professionali ma può anche mascherare fragilità in termini di competenza in chi non ha ancora sviluppato strutture di ragionamento autonome.
Da qui nasce quello che potremmo definire un “vuoto di maturità professionale”: persone apparentemente produttive ma con una limitata esperienza reale nella gestione della complessità.
Di fronte a questo scenario, il punto non è rallentare l’innovazione tecnologica, sarebbe del tutto irrealistico oltre che controproducente. La vera sfida consiste nel trovare un equilibrio sostenibile tra automazione e sviluppo delle competenze umane: le aziende dovrebbero iniziare a interrogarsi non soltanto su quanto lavoro può fare l’AI ma anche su quale esperienza si sta sottraendo alle persone.
Attenzione su questo punto: non ne stiamo facendo una questione etica, questa è “semplicemente” una domanda strategica!
Occorre ripensare i percorsi di assunzione, ridefinire la formazione interna e progettare modalità attraverso cui i giovani possano comunque acquisire esperienza concreta anche in presenza di strumenti automatizzati. Questo potrebbe significare, ad esempio, affiancare l’uso dell’AI a momenti di analisi critica dei processi; creare percorsi di apprendimento graduale invece di delegare immediatamente attività avanzate; valorizzare il mentoring intergenerazionale e lo scambio tra differenti professionalità in azienda; sviluppare esercizi decisionali senza supporto automatizzato; insegnare non solo a ottenere risposte dall’AI ma a valutarne limiti e attendibilità.
In altre parole, serve una nuova cultura organizzativa dell’apprendimento.
Un campanello d’allarme anche per l’Italia
In Italia questo fenomeno è ancora relativamente contenuto rispetto ad altri contesti internazionali, dove l’adozione dell’AI nei processi aziendali è già molto più pervasiva.
Proprio per questo, però, come azienda di formazione pensiamo che il momento attuale rappresenti un’opportunità importante: c’è infatti ancora margine per osservare ciò che sta accadendo altrove e costruire strategie più equilibrate prima che il problema esploda in modo evidente anche nel nostro sistema produttivo.
Ignorare il tema significherebbe rischiare un impoverimento progressivo delle competenze professionali interne alle organizzazioni.
Dovremmo partire da un punto centrale: senza esperienza iniziale, diventa difficile costruire esperienza avanzata. Se vengono eliminati gli step fondamentali dell’apprendimento professionale, si indebolisce la capacità futura delle aziende di generare leadership, competenze strategiche e autonomia decisionale.
Ed è qui che a nostro parere emerge il vero paradosso dell’AI nel lavoro: più gli strumenti diventano potenti, più aumenta il valore delle competenze umane profonde.
Per guidare efficacemente l’intelligenza artificiale serviranno infatti professionisti capaci di ragionare, interpretare, scegliere, contestualizzare e assumersi responsabilità. Queste capacità, però, non si improvvisano e non si scaricano da una piattaforma, bensì si costruiscono nel tempo. Per questo motivo, il tema non riguarda soltanto la tecnologia ma riguarda il futuro della formazione professionale, della trasmissione delle competenze e della sostenibilità del capitale umano.
Le aziende che comprenderanno oggi questa dinamica avranno un vantaggio enorme nei prossimi anni, non soltanto perché adotteranno l’AI ma perché sapranno far crescere persone realmente capaci di governarla.






