Negli ultimi anni il tema dello stress lavorativo è entrato stabilmente nell’agenda delle organizzazioni: la crescente complessità dei mercati, l’accelerazione dei processi decisionali, la digitalizzazione e la costante reperibilità hanno aumentato il numero di richieste che gravano sulle persone, in particolare su manager, responsabili di funzione e figure apicali.
È facile pensare che lo stress sia una conseguenza diretta del volume di attività o del livello di responsabilità ricoperto ma in realtà la questione è molto più articolata: lo stress non dipende esclusivamente da ciò che accade all’esterno ma soprattutto dal modo in cui interpretiamo e gestiamo ciò che ci accade.
Per questo motivo, comprendere il funzionamento dello stress rappresenta oggi una competenza manageriale fondamentale.
Lo stress è il nemico assoluto? Affatto
Quando si parla di stress, il linguaggio comune tende ad attribuirgli automaticamente una connotazione negativa; la verità, dal punto di vista psicologico, è che lo stress è innanzitutto una forma di attivazione. Si tratta della risposta che il nostro organismo mette in campo quando percepisce una richiesta, una sfida, un cambiamento o una situazione che richiede energia e adattamento.
Senza stress infatti non esisterebbero neppure la motivazione, la concentrazione, la capacità di reagire rapidamente agli imprevisti o di affrontare una negoziazione importante. Insomma, una certa quota di attivazione è necessaria per performare.
Il problema nasce quando questa attivazione supera la nostra capacità (reale o percepita) di gestione o si prolunga nel tempo senza adeguati momenti di recupero.
In altre parole, non è lo stress in sé a determinare il malessere ma il modo in cui viene vissuto e gestito.
Le figure apicali si trovano spesso a operare in contesti caratterizzati da elevata complessità decisionale: aumentano le responsabilità, le aspettative e il numero di persone che dipendono dalle loro scelte.
Tuttavia, sarebbe un errore pensare che il livello di stress sia proporzionale al ruolo ricoperto perché è un aspetto trasversale e anche piuttosto soggettivo.
Esistono dirigenti che gestiscono enormi responsabilità mantenendo elevati livelli di lucidità e benessere, mentre altri possono sperimentare forte stress anche di fronte a carichi di lavoro apparentemente più contenuti.
La differenza non risiede esclusivamente nella quantità di attività da svolgere ma nella percezione soggettiva delle richieste ricevute: lo stesso compito può essere interpretato da una persona come una sfida stimolante e da un’altra come una minaccia difficile da sostenere.
Questo ci porta a una considerazione importante: il vero fattore critico non è soltanto ciò che dobbiamo fare ma il significato che attribuiamo a ciò che dobbiamo fare.
Quando lo stress nasce dal sentirsi inadeguati
Uno degli elementi più frequentemente associati allo stress è il senso di inadeguatezza.
Molte persone sperimentano stress non perché abbiano realmente troppe attività da svolgere ma perché percepiscono di non possedere le risorse necessarie per affrontarle. “Riuscirò a farcela? Sarò in grado? Se fallisco, cosa succede a me e al mio team?”
È solo la prima fase di una nuova attività ma già la mente inizia a produrre scenari futuri, ipotesi, preoccupazioni e possibili conseguenze negative.
Spesso il disagio non deriva dalla situazione presente ma dall’anticipazione mentale di ciò che potrebbe accadere.
Un manager può trovarsi davanti a una nuova responsabilità, una riorganizzazione aziendale o un progetto strategico e iniziare immediatamente a immaginare gli esiti peggiori: errori, fallimenti, giudizi negativi, perdita di credibilità. Questi pensieri aumentano la percezione di minaccia e alimentano il circolo dello stress. È importante sottolineare che il senso di inadeguatezza non è necessariamente legato alle competenze reali della persona poiché molto spesso riguarda il modo in cui essa valuta sé stessa rispetto alle richieste dell’ambiente.
L’altra faccia della medaglia: peso della responsabilità e ansia
Se il senso di inadeguatezza è spesso alimentato da fattori esterni, la responsabilità rappresenta invece una componente più interna e personale.
Molti professionisti vivono un forte senso di responsabilità nei confronti del proprio lavoro, dei colleghi, dei clienti o dell’organizzazione. Questo atteggiamento può costituire una grande risorsa ma può anche trasformarsi in un fattore di vulnerabilità: più una persona percepisce di essere determinante per il buon esito di una situazione, maggiore sarà la pressione che sentirà sulle proprie spalle.
In alcuni casi per esempio si sviluppa una convinzione implicita: “Se non intervengo io, le cose non funzioneranno.“
Ebbene, quando questa convinzione diventa rigida, aumenta il rischio di sovraccarico emotivo, difficoltà nella delega e senso di costante tensione. È qui che lo stress si intreccia profondamente con il concetto di controllo: le persone tendono infatti a stare peggio quando cercano di controllare aspetti che non dipendono realmente da loro.
Ecco allora che sorge una nuova “collega”: tra tutte le emozioni associate allo stress, si palesa l’ansia che occupa certamente un posto centrale.
L’ansia è orientata al futuro, porta a immaginare ciò che potrebbe andare storto e prepara a reagire a eventi che molto spesso (fortunatamente!) non si verificheranno mai.
Dal punto di vista evolutivo si tratta di un meccanismo utile, perché ci consente di prevedere i rischi e prepararci ad affrontarli. Tuttavia, quando diventa eccessiva, l’ansia finisce per compromettere la lucidità necessaria a prendere decisioni efficaci. Più una persona è assorbita dagli scenari futuri, meno energie cognitive riesce a dedicare all’analisi della situazione presente.
Per questo motivo la gestione dello stress passa inevitabilmente attraverso la gestione delle emozioni.
Non si tratta di eliminare ansia, paura o preoccupazione ma di riconoscerle, comprenderle e impedire che assumano il controllo delle nostre scelte.
I tre pilastri per comprendere lo stress
Nell’esperienza professionale con manager e responsabili aziendali emergono frequentemente tre elementi fondamentali rispetto alla tematica di cui ci stiamo occupando oggi:
1. La percezione di inadeguatezza
Ci sentiamo in difficoltà quando crediamo che le richieste dell’ambiente superino le nostre capacità.
2. Il senso di responsabilità
Più percepiamo di essere determinanti per il risultato finale, maggiore sarà la pressione che possiamo avvertire.
3. La gestione delle emozioni
Ansia, paura, frustrazione e preoccupazione influenzano il modo in cui interpretiamo la realtà e reagiamo agli eventi.
Comprendere l’interazione tra questi tre fattori rappresenta il primo passo verso una gestione più efficace dello stress.
Molte persone, infatti, sono portate a cercare soluzioni immediate per ridurre lo stress ma spesso trascurano un elemento essenziale: la consapevolezza. Prima di intervenire è necessario comprendere che cosa stia realmente generando il malessere.
Una domanda apparentemente semplice come “Perché mi sento stressato?” può aprire riflessioni molto profonde. Ad esempio, quando una persona afferma di avere troppo lavoro, può essere utile verificare quanto questa percezione corrisponda alla realtà.
Iniziamo ad analizzare quali attività sono effettivamente presenti; quanto tempo richiedono; quali sono realmente urgenti; quali possono essere delegate; quali possono essere rinviate ecc…
Spesso il solo processo di analisi oggettiva consente di ridimensionare la percezione iniziale e recuperare lucidità.
Un’altra domanda particolarmente utile riguarda il livello di responsabilità personale è, banalmente, “Questa situazione dipende davvero da me?”
Molte fonti di stress derivano infatti dal tentativo di gestire aspetti che esulano dal nostro controllo diretto. Perciò, distinguere ciò che possiamo influenzare da ciò che non dipende da noi rappresenta un’importante forma di tutela psicologica.
Fermarsi per riprendere lucidità: tecniche pratiche per gestire lo stress
Uno degli errori più comuni nelle organizzazioni moderne consiste nel rispondere allo stress aumentando ulteriormente il livello di attività: paradossalmente, più ci sentiamo sotto pressione, più acceleriamo.
In molte organizzazioni esiste ancora la convinzione che alcune persone abbiano bisogno dello stress per funzionare al meglio. In parte può essere vero: alcuni professionisti sono particolarmente orientati all’azione e tendono a esprimere performance elevate in situazioni ad alta pressione. Tuttavia, questo non significa che il loro organismo sia immune agli effetti dello stress cronico: anche chi ottiene risultati eccellenti può accumulare tensione, affaticamento e logoramento nel lungo periodo.
Il rischio è che i segnali di malessere emergano solo quando il livello di sovraccarico è ormai elevato. Per questo motivo è importante non confondere la capacità di performare con la capacità di sostenersi nel tempo.
In realtà, in alcuni momenti la scelta più efficace e saggia consiste proprio nel fermarsi.
Ciò non significa interrompere il lavoro o rinunciare alle responsabilità, bensì creare uno spazio mentale sufficiente per osservare ciò che sta accadendo.
Quando una persona riesce a interrompere per qualche minuto il flusso automatico di pensieri, può iniziare a distinguere i fatti dalle interpretazioni, le urgenze reali da quelle percepite e le responsabilità concrete da quelle immaginate.
Questa capacità rappresenta una competenza sempre più preziosa nei contesti organizzativi contemporanei ma come svilupparla e integrarla nei processi quotidiani?
Esistono diverse strategie che possono aiutare manager e professionisti a gestire meglio i momenti di pressione.
Tra queste troviamo, solo per citarne alcune, tecniche di respirazione consapevole, esercizi di mindfulness, pratiche di focalizzazione sul presente, pause strutturate durante la giornata, momenti di riflessione guidata, strumenti di pianificazione e prioritizzazione delle attività.
L’obiettivo non è semplicemente rilassarsi ma recuperare lucidità, poiché quando la mente è meno sopraffatta dalle emozioni, aumenta la capacità di valutare la situazione in modo oggettivo e di prendere decisioni efficaci.
Occorre quindi un approccio personalizzato alla gestione dello stress, considerato che non esiste una soluzione universale: ogni persona possiede caratteristiche, sensibilità, esperienze e modalità di reazione differenti. Ciò che per qualcuno rappresenta una fonte di motivazione può costituire un importante fattore di stress per qualcun altro.
La vera sfida consiste quindi nell‘aumentare il livello di conoscenza di sé.
Più una persona è consapevole dei propri meccanismi di funzionamento, più sarà in grado di riconoscere precocemente i segnali di disagio e intervenire in modo efficace.
Dalla consapevolezza all’azione: il ruolo della formazione
Per questo motivo i percorsi di sviluppo dedicati alla gestione dello stress non dovrebbero limitarsi all’insegnamento di tecniche pratiche. L’obiettivo principale dovrebbe essere quello di favorire una maggiore consapevolezza personale.
In DevOnD affrontiamo il tema dello stress partendo proprio da questo presupposto: aiutare le persone a comprendere meglio il proprio funzionamento, a riconoscere i fattori che generano tensione e a sviluppare strumenti concreti per recuperare lucidità nei momenti più complessi.
A questo lavoro di consapevolezza affianchiamo tecniche di respirazione, mindfulness e gestione dell’attenzione che consentono di ritrovare rapidamente centratura ed equilibrio.
Questi interventi possono essere realizzati sia attraverso percorsi individuali di coaching, sia attraverso attività di gruppo dedicate a manager, team e popolazioni aziendali più ampie.
Perché la gestione dello stress non riguarda soltanto il benessere delle persone: attiene anche alla qualità delle decisioni, alla sostenibilità della performance e alla capacità delle organizzazioni di affrontare il cambiamento in modo efficace.






